8/17/2010 8:00:00 AM 
Ruvo del Monte - il discorso di Antonio Mecca - versione italiana 
QUANDO NEL 1956 Evan Hunter dà alle stampe i primi tre romanzi di una nuova serie di polizieschi con lo pseudonimo di Ed McBain, ha già al suo attivo dodici romanzi e almeno cinquanta racconti pubblicati a partire dal 1952. L’esordio come Ed McBain avviene dopo che una casa editrice di libri tascabili – la Pocket Books – gli chiede un nuovo personaggio come protagonista di una nuova serie di polizieschi. Hunter propone allora come protagonista un intero distretto di polizia, e il direttore della casa editrice accetta. Ed McBain – come da questo momento si firmerà quale autore della nuova serie – crea l’87° distretto di polizia, una squadra di agenti composta da uomini di diversa estrazione sociale ciascuno provvisto di una sua precisa personalità che l’Autore descriverà con dovizia di particolari mano a mano che la serie proseguirà, affiancando alla trama principale quella relativa ai casi personali dei suoi protagonisti.
A quei tempi gran parte dei polizieschi in circolazione proponeva in qualità di eroe la figura più che collaudata dell’investigatore privato che dalla scuola inglese di Conan Doyle e Agatha Christie era trasmigrato a quella americana dei Rex Stout, Raymond Chandler, Mickey Spillane e Ross Macdonald. Il loro eroe era un uomo solo che conduceva la sua indagine in concorrenza e non di rado in contrasto con la polizia stessa, la quale vi faceva la figura di stupida e corrotta, e dove solo lui: l’investigatore privato, era l’eroe onesto e disinteressato il quale – aiutato sovente dalla fortuna – portava felicemente a termine l’inchiesta affidatagli. Anche Evan Hunter aveva scritto – spesso con altri pseudonimi – storie con protagonisti detective privati, ma già in quelle prime vicende era presente una certa originalità unita a una bravura più che certa nel tratteggiare la figura dell’eroe, meno eroe dei suoi illustri colleghi – i Marlowe, gli Archer, gli Hammer – ma proprio per questo più verosimile. Nei romanzi della serie 87° distretto era invece la polizia che tornava da protagonista nelle storie proposte: indagini basate su precise tecniche investigative adottate dagli agenti e dal laboratorio della Scientifica. Questo genere prende il nome di police procedural, e sarà da subito accolto favorevolmente da pubblico e critica. Occorre precisare che McBain non è stato il solo ad adottare questa
formula. Già nel 1945 infatti Lawrence Treat aveva pubblicato il primo di

una serie di polizieschi dove le indagini venivano svolte da un agente investigativo coadiuvato da un tecnico della Scientifica. Allo stesso tempo in televisione riscuoteva molto successo la serie di telefilm “Dragnet”, con protagonisti due poliziotti aiutati dal laboratorio scientifico della polizia; e in Inghilterra J.J. Marric pubblicava le inchieste dell’ispettore Gideon di Scotland Yard. Tutti questi autori devono anch’essi venire considerati specialisti di police procedural, ma è solo con Ed McBain che il genere assurge alle sue vette più alte. Questo perché McBain è uno scrittore autentico, che alla indubbia tecnica unisce uno stile altrettanto indubbio, particolarissimo, fatto di suspense, violenza e grandi momenti di commedia brillante. Le storie del suo 87° distretto sono ambientate in una città simile a New York ma che non è New York – la città dove lo scrittore è nato e dove all’epoca risiede – e che viene chiamata semplicemente con l’appellativo di “Città”.
Fin dal primo romanzo facciamo la conoscenza con Steve Carella, agente investigativo del distretto di Isola (che somiglia molto a Manhattan) chiamata con nome italiano perché a scoprirla (nella finzione) fu appunto un italiano. Nelle intenzioni dello scrittore c’era quella di cambiare a suo piacimento i personaggi con il succedersi delle storie, facendone sparire alcuni perché nel frattempo trasferiti in altri distretti, altri perché sopraggiunta la pensione, altri ancora perché uccisi in servizio. E quest’ultima era la sorte che McBain aveva destinato per Steve Carella alla fine del terzo romanzo della serie, quando il poliziotto viene gravemente ferito da uno spacciatore per poi quindi morire. Quando però il direttore della casa editrice lesse il finale della storia, telefonò all’Autore chiedendogli il perché di quella scelta. McBain rispose che nelle sue intenzioni il vero e solo protagonista era il distretto nella sua interezza, quindi i poliziotti che vi gravitavano potevano essere intercambiabili.
Ma l’editore fortunatamente non fu d’accordo, per cui gli impose di cambiare il finale, salvando così Carella da una prematura scomparsa.

Da allora Steve Carella crebbe sempre più nel corso delle storie successive attraversando con l’Autore cinque decenni di storia americana e passando dalla dimensione ancora in un certo senso idilliaca degli anni ’50 simile quasi a una colorata commedia stile “Colazione da Tiffany” fino a una dimensione sempre meno di sogno, per assumere le fosche tinte della Società odierna dove la droga diventa sempre più una piaga sociale insieme alla sempre crescente malavita alimentata dalle nuove etnie stabilitesi nel Paese. La caratteristica di McBain è quella di essere il poeta della moderna letteratura poliziesca, aggiungendo la sua vena poetica alla maestria di autore di suspense e di maestro del dialogo brillante. Per lui la Città è paragonabile a una donna, una donna di volta in volta affascinante e seducente, misteriosa e adescatrice, trasandata e sporca, avvolta in scintillanti gioielli formati da neon multicolori – l’ingannevole bigiotteria di cui si orna per attrarre a sé gli ingenui – o in stracci sudici di donna scivolata sul gradino più basso della scala sociale. Se la Città non ha nome, i suoi quartieri invece sì, e non è difficile identificare Isola con Manhattan, Riverhead con il Bronx, Calm’s Point con Brooklyn, l’Harb river con il fiume Hudson, Grover Park con il Central Park.
Un’altra caratteristica di Ed McBain è quella di inserire autentici moduli di polizia nelle sue storie, identikit da lui stesso eseguiti (lo scrittore era anche un bravo disegnatore) e soprattutto e specialmente precise spiegazioni scientifiche da parte di medici del laboratorio di polizia. Questo non a un livello ossessionante tipo Patricia Cornwell nelle cui storie l’elemento relativo alle autopsie è prevaricante nonché disgustoso come i pezzi sezionati di una persona ormai morta. No, in McBain una persona rimane tale anche se non più viva. In lui il rispetto e la pietà sono sempre presenti, e la sua arte riesce a rendere meno fosco anche il quadro più terribile. Perché è nella mano di chi dipinge che si realizza il ritratto.
Se la New York di Spillane è quasi sempre piovosa o arsa dalla calura e la tensione continua finisce per renderla opprimente e grigia dalla prima all’ultima pagina, nella Città di McBain invece vi è lo spazio per i colori, per i sentimenti che lui stesso si porta dentro e che proietta nelle sue descrizioni così palpitanti di sensibilità.

E’ lui che si riflette nella Città, e la Città rimanda il modo di essere di lui, la sua poetica, il suo umorismo, il suo sentimentalismo. Tutto questo a  coprire – o perlomeno a diluire – la violenza sempre incombente nelle sue storie, riflesso dell’essenza umana che da sempre la provoca.
Se poi Carella è un po’ il suo alter ego naturale per via della comune discendenza italiana, è anche in Bert Kling che McBain sembra specchiarsi. Perché Kling è, dell’87° distretto, il personaggio americano per eccellenza. Kling con la sua giovane età e il suo candore così tipico in certi americani. Kling con il suo costante bisogno d’amore per le donne che via via prendono posto nella sua vita affettiva senza mai davvero riuscire a sostituire l’unica donna con la quale avrebbe forse potuto vivere felice: Claire Townsend, la sua prima ragazza la quale fu assassinata nella libreria dove lavorava come commessa in uno dei romanzi del primo periodo. In lui, che rimane sempre giovane nonostante il trascorrere degli anni, è come se l’Autore proiettasse il se stesso della sua giovinezza che nei primi romanzi era effettiva (aveva solo ventinove anni quando scrisse i primi tre romanzi della serie) e che in seguito sarebbe rimasta per lo meno dentro di sé, nel suo animo, nella sua mente e nella sua grande sensibilità di Artista. L’87° distretto è un microcosmo nel quale il tenente  Byrnes che comanda la squadra è il capofamiglia burbero ma fondamentalmente buono, e i suoi agenti i figli. E fra questi i principali protagonisti della serie sono i rappresentanti delle principali etnie presenti nel Paese, con Carella oriundo italiano, Meyer Meyer ebreo, Cotton Hawes irlandese, Arthur Brown afro-americano, Bert Kling oriundo inglese – probabile discendente diretto di quei padri pellegrini che dall’Inghilterra approdarono nel Nuovo Mondo per colonizzarlo; e quindi, in un certo senso, americano puro.
Nell’idealismo dell’Autore costoro rappresentano un melting-pot perfettamente realizzato, un crogiolo dove i vari colori dell’arcobaleno razziale sono fusi insieme senza che l’uno prevarichi sull’altro e dove anzi le diversità rappresentano elementi di ricchezza aggiuntiva che irrobustiscono la Società.

I romanzi di Evan Hunter- Ed McBain sono quanto di meglio si possa leggere nel campo già ampiamente dissodato del poliziesco. Insieme a quello di Raymond Chandler il suo nome svetta alto nel cielo della letteratura, e il fatto che la sua narrativa tratti in prevalenza di crimini è un punto in più a suo favore perché anche lui come Hemingway potrebbe dire:
“Mi sono sforzato di apprendere l’arte dello scrivere cominciando dalle cose più semplici, e una delle cose più semplici e fondamentali di tutte è la morte violenta”. Come diceva un altro grande scrittore di polizieschi, il francese Frédéric Dard detto San-Antonio, “La letteratura poliziesca prepara il terreno dell’altra, di quella falsa che i presuntuosi prendono per quella vera. E’ tramite il canale della letteratura poliziesca che l’altra si evolve.”
Ci sono scrittori che si leggono facilmente ma hanno poco da dire. Altri che hanno molto da dire ma si leggono con difficoltà. McBain si fa leggere con facilità (e felicità, verrebbe da aggiungere) pur avendo molto da dire.
Ed McBain era la semplicità del genio che crea il manierismo, ma i suoi emuli non sono mai riusciti ad eguagliarlo. Perché, come diceva di lui Robert B.Parker, un altro bravissimo scrittore di mystery,
“E’ difficile pensare che ci possa essere qualcuno  migliore di lui, o qualcosa migliore dei suoi romanzi. Più che difficile, è impossibile”.
McBain ha tutte le carte in regola per venire considerato un meraviglioso scrittore: fantasia, eleganza di stile, prolificità. L’affetto che provava per il nonno materno, emigrato negli Stati Uniti nel 1898 da Ruvo del Monte, ha fatto sì che oltre nel romanzo “Strade d’oro” da lui ispirato e a lui dedicato, inserisse in diversi altri romanzi la figura di un sarto (la professione svolta dal nonno) a fare da contrappunto spesso brillante e dal quale traspare il calore familiare che il nonno gli trasmetteva.
Salvatore Lombino- Evan Hunter è stato un grande scrittore, che da quando si è rivelato a pubblico e critica con il romanzo “La giungla della lavagna”, nel lontano 1954, ha sempre mantenuto alta la sua cifra stilistica non venendo mai meno alle aspettative dei lettori.

Insieme a Raymond Chandler e a Ross Macdonald fa parte di una trinità di Autori americani di polizieschi la cui comune materia elaborata in maniera poco comune li ha elevati ben al di sopra dei tanti altri loro colleghi.
Leggere un romanzo di Evan Hunter- Ed McBain è non solo un piacere per le emozioni che trasmette ma anche un apprendimento per quello che riesce a insegnare – e non solo dal punto di vista medico-legale.
In un suo vecchio romanzo McBain faceva riflettere un suo personaggio sul perché nella vita i maggiori tributi la gente li riservi non a medici, ingegneri, architetti, insegnanti, ecc, a coloro cioè che realizzano cose concrete, utili per la Società, bensì a scrittori, musicisti, cantanti, attori, registi e simili. Forse, chissà: era anche una riflessione su se stesso.
La risposta è però semplice. Questa gente: attori, registi, cantanti, musicisti, scrittori lavora nel campo delle emozioni. E sono le emozioni che contraddistinguono e segnano la nostra vita, le emozioni che più ci stimolano ad andare avanti traendo da loro la forza per resistere alle difficoltà che la vita non manca mai di riservarci.
Ecco perché Ed McBain con i suoi tanti pseudonimi non morirà mai del tutto. Finché si troveranno suoi libri e gente che li leggerà, la sua parola scritta continuerà a farsi sentire con la grazia che lo contraddistingueva, ed Egli sarà ben più presente di tanti altri suoi colleghi che pur ancora vivi non riescono però a farsi breccia nel cuore delle persone.
 

 
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